Family creator, educazione digitale per genitori, Gen Z e Alpha

Cellulare colpevole o capro espiatorio? La riflessione di mammadi6maschi

Cellulare colpevole o capro espiatorio? La riflessione di mammadi6maschi

Sei figli. Sei persone diverse. Sei scelte diverse.

Ad alcuni ho dato il cellulare alla Comunione. All’ultimo no — non era pronto. Stessa casa, stessa famiglia, scelta diversa. Conosco i miei figli, e quella scelta l’ho ragionata.

Ho letto in questi giorni due post abbastanza provocatori che cercano di demonizzare determinate scelte, come se fosse la scelta in sé a commettere qualcosa di irreparabile. Quando invece non è la scelta il problema — è il ragionamento che non c’è dietro quella scelta.

Gli strumenti digitali sono strumenti che devono essere integrati nella nostra vita. Da che età? Non c’è una risposta universale. È chiaro che esistono delle linee guida: il fatto stesso che il Ministero dell’Istruzione abbia integrato strumenti legati al digitale e all’intelligenza artificiale, che esista un DigComp 2.2 che dice che i cittadini digitali entro il 2030 devono avere determinate competenze, parla chiaro. I nostri figli diventeranno digitali in ogni caso — e non dargli gli strumenti in mano significa fargli usare quelli degli altri, dei nonni, degli zii, degli amici. Non è la scelta giusta.

Partecipo da anni a un progetto che si chiama Genitori Digitali, un progetto di Welfare che viene offerto ai partecipanti per affrontare diverse tematiche. La parte di cui mi occupo riguarda le regole per la permanenza sui social network di ragazzi di due fasce d’età diverse, con esigenze diverse — per fare in modo che i genitori abbiano la conoscenza, le competenze e la cultura per capire cosa può essere giusto e cosa può essere sbagliato. Uno strumento può portare con sé qualcosa di positivo ma anche qualcosa di rischioso; il rischio diventa tale quando non viene identificato correttamente e quindi non c’è prevenzione.

Dare un cellulare a un figlio dicendo “fai quello che vuoi” è una provocazione paradossale, perché oggi chi dà un cellulare ha strumenti per agire una genitorialità consapevole nei confronti dello strumento: limitando funzioni, limitando il tempo, limitando la comunicazione verso l’esterno. Quando mettiamo un coltello in mano a un bambino per la prima volta non gli diciamo “fanne quello che vuoi” — lo vede usare per tagliare una bistecca, capisce il contesto, capisce lo strumento. Vale lo stesso.

Il dialogo è la strada giusta — non dico l’esempio, perché noi adulti facciamo anche usi diversi degli strumenti digitali. Quando leggo post che vogliono partire da una provocazione per spaventare i genitori nell’uso di strumenti che devono ormai far parte della nostra vita quotidiana — perché il mondo è digitale, la scuola è digitale, le app per la scuola, gli acquisti, i libri, la Smart TV — mi fermo.

Dare il cellulare alla Comunione non può essere una regola generica, perché ogni bambino è diverso. Ma non è detto che non possa essere l’età giusta, con i giusti accorgimenti. Il parental control serve proprio a questo.

Come sempre ho scritto di getto, perché questo blog sarà un posto di libere riflessioni, argomentate in modo più ampio rispetto a due righe in una storia sui social.

Demonizzare uno strumento che già di per sé spaventa i genitori non è la strada giusta. Un genitore non sa mai se dare o non dare il cellulare ai figli — c’è chi è totalmente pro, chi è totalmente contro, chi è nel mezzo e si sente solo in colpa. Fare leva sui sensi di colpa non aiuta nessuno. Nel 2026, in un mondo in cui entro il 2030 i cittadini dovranno avere determinate competenze digitali, remare contro non è controcorrente — è ignorare qualcosa che non è più il futuro, è già il presente. Se non il passato.

La strada giusta è responsabilizzare i genitori: dargli competenze, formarli, affiancarli. E chi si prende la briga di fare terrorismo potrebbe essere anche chi va a offrire strumenti concreti per costruire quelle competenze. Perché gli strumenti per usare bene un device oggi ci sono — chi in un modo, chi nell’altro, li offrono. Quello che manca, molto spesso, è la cultura per far sì che la gente sappia che esistono e come usarli.

Comments are closed.