Voglio scrivere questo post perchè ieri una mia follower mi ha mandato un messaggio che riassume un problema più grande di lei e di me. Mi diceva che si sente infastidita ogni volta che vede nelle mie storie sigle come ADV o GiftedBy. Le ho risposto subito che quel fastidio andava spostato altrove. Perché qui non si tratta di una questione di stile, si tratta di trasparenza, e di come ognuno di noi sceglie chi seguire.
Vado con ordine. Voglio precisare che è una follower affezionata, una persona che mi ha sempre mandato messaggi di incoraggiamento, vicinanza, affetto. Mi scrive: lo so che mi risponderai che se sono infastidita posso andare altrove e non seguirti più, ma mi andava di dirtelo perché ti seguo sempre con affetto, eccetera eccetera. Le ho risposto che mi faceva sorridere il fatto che si fosse data lei stessa la risposta, ma che piuttosto che fare un’affermazione del genere mi sarebbe piaciuto spostare l’attenzione su un’altra questione.
Lo stesso giorno è successa, per l’ennesima volta, una cosa che ultimamente mi infastidisce. Mi ricollego al post che ho pubblicato quando, il 16 marzo, sono state pubblicate sul sito di AGCOM le FAQ e io ho cercato di semplificarle. Mi sono resa conto subito che potevano non essere immediatamente percepibili e chiare, anche se ritengo assolutamente doveroso — soprattutto da parte di chi ha scelto di inserire nella bio dei suoi profili social la dicitura “in elenco AGCOM“, quindi di essere influencer rilevante — prendersi il tempo necessario per approfondirle e soprattutto per metterle in pratica.
Ancora oggi vedo troppe colleghe, troppi colleghi che fanno i furbi; non riesco a definirlo in nessun altro modo, perché ormai su alcune cose c’è abbastanza chiarezza. Si sa benissimo che se fai un video ADV, o un video dove hai ricevuto un oggetto in regalo, questo vada scritto in sovraimpressione sul video nei primi secondi e vada inserito all’inizio della descrizione, oppure tra i primi tre hashtag, qualora non serva cliccare su “prosegui” per poterlo vedere. Sono le due cose che maggiormente vedo non rispettate: gente che non lo dichiara all’inizio, gente che non lo dichiara sul video. E questo, in me, come persona, crea un po’ di fastidio.

Faccio un salto temporale. Io sono sui social consapevole del fatto che all’inizio sia necessaria una fase di listening: ascoltare cosa la rete dice, capire come la piattaforma si muove, qual è il tono di voce, eccetera. Però da tempo ho scelto come essere, chi essere, cosa dire, cosa non dire. Perché ovviamente la scelta vera non è tanto quello che va detto, ma quello che non vuoi dire: è molto più semplice lasciarsi ispirare dagli altri per capire come non vuoi essere.
Col tempo ho imparato a non andare a guardare, osservare o monitorare i contenuti delle persone che non mi creavano sentimenti positivi. Del resto a me non piace copiare, e l’ispirazione molto spesso ce l’ho già da me; andare a vedere che lavori fanno gli altri per scrivere a un brand, o copiarli, non fa proprio parte di me. Mi sono sempre mossa, da un certo momento in poi — perché è chiaro che all’inizio quella fase è necessaria e fa parte di strategie di posizionamento e social media marketing — seguendo il mio istinto, il mio stile, dando anche poco retta all’algoritmo, perché l’algoritmo cambia continuamente e io voglio comunque rimanere me stessa.
Detto questo, mi imbatto quotidianamente in contenuti di creator che non rispettano nemmeno queste due indicazioni, che sono chiare. Non penso possano non farlo per ignoranza; sicuramente lo fanno per comodità. Quale comodità? Proprio quella di non ricevere messaggi come quello che ho ricevuto io. È chiaro che, in un mondo utopico, sarebbe molto più bello non dover dichiarare quando fai una pubblicità, ma è etico e doveroso. Quindi, da esperta e divulgatrice digitale, non posso fare a meno di esprimere il mio parere.
Apro una parentesi. Le persone che mi ispirano sentimenti negativi, o di cui guardare le storie non è più un piacere ma un fastidio, tendenzialmente le silenzio. Silenziarle vuol dire semplicemente non togliere il segui, perché togliere il segui tra colleghi è una cosa brutta da fare; mi ha molto ferito quando l’ho ricevuta, e non è un comportamento che mi piace adottare. Però non sono obbligata a vedere qualcosa che in qualche modo contamina il mio stato d’animo. Molto spesso scelgo di non entrare in una polemica, ma semplicemente di astenermi, per conservare il mio buon umore e quella dose di pazienza che in casa mia mi serve eccome. Non voglio disperderla dedicandola ad altri.
Ultimamente mi interrogo tutte le volte che vedo i contenuti di persone grandi — non sto parlando di influencer piccoli che magari non si rendono neanche conto, che magari non sanno —, persone che hanno inserito la dicitura “in elenco AGCOM” nella bio. Ci sono colleghi e colleghe che dovrebbero scriverlo senza ombra di dubbio, e vorrei sapere davvero se sono all’oscuro di quale sia la giusta prassi.
Mi chiedo sempre se il lato etico di questo lavoro possa andare a ramengo, o se abbia senso continuare a lavorare in una certa modalità. Io credo, io voglio essere una professionista. Lavoro dimostrando professionalità, tante volte anche pignoleria, ma sempre a vantaggio della qualità dei miei contenuti e della mia faccia, che ci metto in ogni cosa.
Voglio soffermarmi su chi è in elenco AGCOM, o su chi ci dovrebbe essere e non c’è. Ho notato che alcuni si sono veramente affrettati nell’inserire la dicitura in bio, e io ho dato per scontato — ho usato proprio quel fatto per crearmi un senso di urgenza nell’andare a studiare la normativa — che fosse il risultato di un comportamento analogo, ossia di uno studio approfondito. Invece poi vedo che la normativa non viene rispettata, e mi chiedo: se tu sai che ADV va scritto sopra i video, che “gifted by” anche, perché non lo scrivi? Perché non dichiari l’advertising a inizio caption così come va fatto? La risposta, a parere mio, è solo una: ovviamente i follower si innervosiscono.
Ed è ai follower che voglio parlare. Caro follower, voglio ricordarti che io ero anche una lavoratrice dipendente, per cause di forza maggiore, di cui ho scritto in un altro post, ho lasciato il mio lavoro. I miei figli vanno mantenuti, e oggi ho il privilegio di fare qualcosa che adoro e che mi porta anche guadagno. Lo faccio bene, lo faccio con serietà, con studio, con approfondimenti, con aggiornamenti continui, e con un profondo senso etico e amore per il mio lavoro. Per questo dichiaro e scrivo esattamente così come va fatto: ogni volta che sono pagata per un lavoro, ogni volta che ho concordato un contenuto, ogni volta che ho ricevuto un regalo.
Preferisci quindi vedere, nelle mie storie, la realtà di qualcuno che si comporta in modo onesto ed etico, o preferisci continuare a guardare storie di persone che occultano apposta determinati contenuti, perché non vogliono innervosire proprio te che guardi?
Ieri ho discusso a lungo con questa mia follower, e alla fine lei mi ha risposto: “ti ho ulteriormente rivalutata, complimenti”. Ecco, questo è quello che mi piacerebbe fosse un pensiero diffuso tra chi è tanto innervosito dal fatto che per lavoro, per dei contenuti che vedono online, sono pagata.
Vi ricordo che faccio contenuti solo su qualcosa che realmente apprezzo; non mi presto più a fare pubblicità a prodotti che non vorrei inserire organicamente nella mia vita. È chiaro che, parlando ad esempio di un elettrodomestico casalingo, non posso tenere miliardi di elettrodomestici uguali, ma se ne pubblicizzo uno vuol dire che per me è valido; poi magari la mia scelta reale è quella di continuare a utilizzare il primo. Nessuno di noi può avere centinaia di cose che fanno la stessa cosa in casa, ma non vuol dire che quello non sia buono. Lo stesso vale per uno shampoo, un integratore: tutti noi ne proviamo una volta uno, una volta un altro, ne usiamo per un periodo uno e poi magari per diverse ragioni ritorniamo al precedente per poi cambiare ancora. Se io scelgo di raccontarvi e promuoverne uno per ispirarvi al suo utilizzo, la volta dopo posso scegliere una fragranza, un profumo, una funzione che in quello non c’era. Lo ritengo etico. Nessuno sposa un brand, nessuno sposa un prodotto; se oggi parlo di una cosa e domani di una cosa simile non vuol dire che nella mia vita, organicamente, non possa essere così. Tu compri sempre lo stesso shampoo? lo stesso integratore? Hai tutti elettrodomestici della stessa marca in casa?
Io sono come te.
Questo post voleva essere una riflessione. Tante volte il comportamento giusto ed etico non è la via più semplice, ed è proprio per questo che ha senso sceglierlo. A onor di cronaca, e del vero, voglio dire che ci sono tantissimi colleghi che invece stanno rispettando la normativa AGCOM in modo perentorio, e a loro va la mia profonda stima, come spero sia reciproca anche da parte loro.
Quello che vi chiedo è semplice. La prossima volta che aprite una storia, guardatela con questa lente: c’è la dicitura ADV o “gifted by” nei primi secondi del video? C’è all’inizio della caption, o tra i primi tre hashtag? Se non c’è, e quel contenuto sta pubblicizzando qualcosa, qualcuno sta scegliendo di non dirvelo. Perché nessuno può avere un codice sconto se non c’è un ADV da dichiarare. Ricordate che ADV è quando c’è un beneficio per chi sta facendo il contenuto, e può essere una percentuale di guadagno, un prodotto in regalo, un prodotto acquistato a un prezzo ridotto. Sta scegliendo di non innervosirvi, esattamente come mi diceva la mia follower nel messaggio che mi ha mandato.
Da qui in poi, cosa fare del vostro follow è una scelta vostra. Io non vi dirò chi seguire o chi smettere di seguire; non è il mio ruolo, e non mi interessa erigermi a giudice. Quello che farò io con i miei follow è una mia scelta personale, silenziosa, che riguarda solo me e il mio modo di lavorare. Quello che farete voi con i vostri riguarda voi, e ora avete gli strumenti per farlo consapevolmente.
Vorrei che mentre guardi le mie storie, oltre al fastidio iniziale, potessi includere anche il senso del dovere e di rispetto delle norme che metto ogni giorno nel mio lavoro e che dovrebbe essere la prassi, non l’eccezione.



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